Giacinto è nello stadio
Sabato 6 novembre 2004: questa è una data speciale che rimarrà per sempre, indelebile, nella mia mente. Roberto Mancini si era insediato da pochi mesi sulla panchina dell’Inter, Adriano a furor di popolo era stato appena incoronato “Imperatore di Milano”, di calciopoli se ne disconosceva (o quasi) l’esistenza e in tutti gli stadi d’Italia venivamo accolti con l’immancabile coro “non vincete mai”.
Il giorno seguente l’Inter sarebbe stata di scena al Franchi contro i Viola e, approfittando dell’occasione, in collaborazione con i vari Inter Club della regione, la società aveva organizzato presso la sala conferenze di un prestigioso hotel alla periferia di Firenze quello che all’epoca venne chiamato “Inter Club Toscana Village 2004”. La manifestazione era una sorta di raduno di Inter Club, con la partecipazione di alcuni dirigenti e giocatori dell’Inter. All’appuntamento si presentarono Sinisa Mihajlovic e un giovane Dejan Stankovic, accompagnati dall’allora presidente Giacinto Facchetti. Lo ricordo, nel suo aspetto elegante, distinto mentre rispondeva ad un tifoso che, quasi arrabbiato, gli chiedeva conto sul motivo per cui l’Inter non riuscisse a vincere. La risposta fu immediata: chiese a lui e a noi tutti di aver pazienza, perché la società stava lavorando per riportare la squadra in alto, scusandosi per gli errori commessi e per il fatto di non averci regalato le meritate gioie sperate e tanto attese. In quel discorso ci fu un passaggio, sibillino, che all’epoca non tutti colsero: “anche per colpe non nostre”. Questa frase mi è ritornata in mente qualche anno dopo, quando finalmente è stato scoperchiato il calderone del più grande scandalo calcistico mondiale. Giacinto sapeva, ma nonostante tutto non si era mai nascosto alle proprie responsabilità, mettendo la faccia anche nei momenti difficili. Immagino quanto dovesse essere frustrante per lui, campione leale sul campo e nella vita, affrontare una situazione del genere, sapendo quanto in realtà accadeva. Ripenso a come abbia rifiutato di piegarsi a certe logiche, quando per vincere sarebbe stato molto più comodo adattarsi al sistema di allora piuttosto che combatterlo. Confronto il suo atteggiamento con quello attuale di alcuni dirigenti che, dopo una sconfitta, si negano a telecamere e taccuini. Non c’è paragone. Giacinto era unico e quel giorno stringergli la mano è stato un grande onore. Conservo ancora gelosamente la foto di gruppo scattata in quella giornata di festa insieme a lui. Resterà un ricordo indelebile.
In questo triste giorno in cui ricorre il terzo anno dalla scomparsa del nostro mitico Capitano e Presidente, mi permetto di inviare a Gianfelice e a tutta la famiglia Facchetti il mio più caloroso abbraccio. Spero che saranno in molti ad unirsi.
Giacinto è nello stadio.


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